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Il valore dei libri “legales”

Il valore dei libri legales nell'epoca del Diritto comune: l'Avvocato Antoci legge il prof. Bellomo

Il grande valore dei libri “legales” – L’Università ci insegna a curare sempre la formazione personale e a problematizzare. Anche la professione di Avvocato – che mi pregio di esercitare con onore e professionalità, nel ricordo di mio padre Francesco Antoci, già Avvocato prima di me – necessita che noi si sia sempre aggiornati.

Oggi mi trovo a leggere una monografia del Prof. Manlio Bellomo, dal titolo “Saggio sull’università nell’età del diritto comune” edito a Catania nel 1979 da Giannotta. Si tratta di un testo universitario appartenuto, per l’appunto, a mio padre. Nel corso della lettura mi sono imbattuto in un sottocapitolo dedicato all’autorità dei libri “legales” e al loro valore. L’Autore, infatti, si sofferma sul fatto che, in quell’epoca: “il libro è raro“. È noto ai più che, in passato, la realizzazione di testi scritti non costituiva un processo economico.

Il libro è raro. Il materiale adoperato per la sua confezione è la pergamena. Per la legatura si usano tavolette o pelli, anche pregiate, con rinforzi in ferro o in materiali preziosi.

Il libro come documento sacro

Il pregio dei materiali utilizzati, l’attività degli scrivani impiegati per la redazione dei testi fanno sì che i libri e, nello specifico i libri “legales”, fossero delle vere rarità. Delle opere di lusso. L’Autore cita Haskins, secondo cui «un duro intenso esercizio su pochi libri consunti è la regola» per i giuristi del Diritto comune. Ancor più se si pensa che la redazione di testi giuridici era cosa rarissima: il libro giuridico aveva, dunque, una sorta di forza magica. Nessun privato possedeva una biblioteca e, solo qualche chiesa, poteva vantare di custodire alcune decine di libri.

Il valore del libro non è però determinato solamente dal lungo e complesso lavoro occorrente per produrlo […] esso è e si presenta come un documento umano di scienza che viene predicata come sacra, scienza delle res sacre e divine.

Il deserto digitale

Queste pagine di storia del Diritto comune sono quantomai attuali nel nostro periodo storico. Nell’Era digitale i libri stanno diventando desueti e, cosa ben più grave, la gente non ne riconosce più il valore. Sui vari market-place delle piattaforme social non è infrequente imbattersi in annunci dove la gente regala o dà via libri e opere enciclopediche. In questa inarrestabile marcia verso la digitalizzazione, Vinton Cerf ha lanciato l’allarme: stiamo costruendo un deserto digitale.

Il Giurista, l’Avvocato, hanno da sempre partecipato attivamente alla formazione del sapere (non solo giuridico, ma anche filosofico, storico, sociologico) e questo dilagante deserto digitale rischia di inaridire gli animi e di far perdere la bussola circa le fonti. Ci ritroveremo (come già accadde nell’Età del Diritto Comune) a dover disquisire sulla ricerca del vero testo. Il Libro che sia autorevole e affidabile, nella giungla di internet e dell’editoria della formazione. Editoria che, sempre più spesso, sforna testi di infimo valore culturale.

Il post su Huffpost

Via via che i sistemi operativi e i software vengono aggiornati, i documenti e le immagini salvate con le vecchie tecnologie diventano sempre più inaccessibili. Nei secoli che verranno, gli storici che si troveranno a guardare indietro alla nostra Era, potrebbero trovarsi davanti a un “deserto digitale” paragonabile al Medioevo, un’epoca di cui sappiamo relativamente poco a causa della scarsità di documenti scritti.

Giulia Belardelli, “Google, Vint Cerf lancia l’allarme: «Dietro di noi un deserto digitale, un altro Medioevo. Se tenete a una foto, stampatela»“, in Huffpost, 13 Febbraio 2015.

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